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IRONCOWBOY
08-03-2016, 21:33
Messaggio: #21
RE: IRONCOWBOY
Volevo fare un IronMan.. e ci proverò!! perchè?
Perché lo fanno tutti e quindi posso farcela anche io.. mi sa che non è cosi, ci proverò perché già solo il pensiero e l'atteggiamento che devi avere per prepararti a questo sforzo atletico ti può aiutare (e in seguito Vi spiegherò nel mio caso cosa significa... ),

Premessa:
Intanto, Vi ringrazio..
Non ho mai contribuito e esposto i miei pensieri in questo forum per il semplice motivo che per deformazione professionale (mi occupo di marketing), rispondere significa sostenere il sapere.. ma prima di farlo devi ascoltare... (quindi nel mio caso... non sono un IronMan.. non sono un VERO Triatleta perché non ho mai potuto/avuto la possibilità fare una gara ..ci proverò e non ho mai letto con attenzione le Vostre discussioni che oggi scopro ricche di contenuto e di motivazioni, per me molto importanti), verrò a leggere più spesso i Vostri insegnamenti.. “ascolterò e sfamerò il mio cervello”.. Vi ringrazio

“ ci proverò!! perché?”
perché quando avevo 11 mi sono innamorato delle bicicletta, si chiamava Bandiziol (color oro!! era terribile..ma questo c'era)..
sorrido..

perché ricordo ancora la sensazione piacevole quando ogni domenica mi portavano a correre e tornavo a casa con almeno una coppa (tra traguardi volanti e premi vari avvolte portavo a casa anche tre coppe e qualche busta “soldi”... quest'ultima cosa, il primo hanno mi ha penalizzato tantissimo perché tentavo di vincere tutti i traguardi volanti e alla fine ero cotto!! vale a dire che arrivavo per miracolo nei primi 10)..i miei non erano ricchi e quindi qualche soldino in tasca mi faceva comodo. Ero proprio scemo!! 11 anni..
sorrido..

perché dal secondo anno e fino agli agli allievi del secondo ho sempre fatto bella figura.. mi allenavo tanto e ho avuto la fortuna di avere come allenatore Del Bianco il primo allenatore di Pontoni che in un paio di occasioni alla fine dei suoi allenamenti ci accompagnava con lui.. comunque, quello che ricordo di più era il male che mi facevano le gambe dall'inizio dell'allenamento fino a due giorni dopo!!..
sorrido (grazie Pontoni)..

perché gli sforzi, la passione e i sacrifici alla fine, ma si spera prima, danno sempre buoni frutti... riuscii a comprare, con i soldi che arrivavano dalla federazione, la mia prima moto... un' Aprilia Sintesi bifaro, la pagai circa 3200000 in lire (senza chiedere una lira ai miei!!)..
sorrido (per la faccia che fece mio fratello più grande..)

perché a 16 anni mi feci parecchio male... un ustione di primo, secondo e terzo grado su circa il 30% del corpo... e fini tutta la mia carriera sportiva in un colpo solo.. non mi soffermerò su questa cosa perché ovviamente non ci trovo niente di “sorridente” ma una cosa voglio dirvela... dopo circa una settimana riuscii andare in bagno.. premessa, mai dire a un ragazzo di 16 anni non fare questo o non fare quello, se non lo farà è solo perché non ti ha ascoltato, quindi spiegagli perché e “forse” non lo farà... ero davanti allo specchio tutto fasciato (l'infermiere mi disse “..non guardarti”).. non seppi resistere.. anche se avevo una fasciatura dal collo fino alle gambe e quelle garze attaccate, scrutai il busto e vidi che non avevo più capezzoli (il resto lo ometto)... terribile? no.. il primo pensiero fu “.. quando torno a correre torno in forma...
sorrido perché questo pensiero fu una costante (grazie “Bandiziol, Del Bianco, Federazione e Segale”),


perché pur troppo la convalescenza è stata lunga.. troppo lunga... ciao bici,
sorrido perché non è stato cosi..

perché per colpa di quella ustione ho iniziato a soffrire di coliche renali (soffro di una sindrome strana.. si inginocchiano gli ureteri ) i miei reni funzionano bene devo solo fare attenzione..
PS. Per quelli che non mi conoscono, mi hanno visto in allenamento e non sanno, vi spiego perché metto la panciera.. quando corro/run mi devo mettere una “panciera” per sostenere i reni.
Sorrido perché ogni tanto vedo le facce strane..

Perché ..tolto lo stent, dopo l'ultima operazione, sono tornato in bici.. incontrai per lavoro Paolo Piuzzi dell'atletica Buja che mi disse di provare un Triathlon a staffetta in Austria.
Sorrido perché Andai..

Perché due IronMan tre anni fa hanno cambiato la mia vita.
… Austria, che meraviglia.. andai e finalmente il mio cervello da sportivo inizio a “mangiare” ricordai il terzo posto in una gara li vicino ecc.. I miei ricordi passarono in secondo piano quando Paolo mi presentò i triatleti.. in particolare mi colpirono due atleti, uno quasi normale Mario Zoratti e l'altro mi sembro un extra terrestre “ciao Sandrone, ti penso spesso”.. ascoltai Sandrone con attenzione perché mi colpiva il suo modo di porsi nei confronti della prestazione “colorita” di IronMan...
sorrido perché non ho più avuto crisi (al di la del dolore significa, niente morfina, antidolorifici pesanti ecc.) e ho dopo quella esperienza ho conosciuto anche molti di voi..

Perché, devo alimentare il mio cervello da sportivo
se utilizzare la parola IronMan come alimento principale del mio cervello significa portare dei benefici al mio fisico (e ovvio che non sono guarito, sto bene) alla mia famiglia, al mio lavoro e alla mia vita, attraverso il pensiero e l'atteggiamento che devi avere per prepararti a questo sforzo atletico mi sta bene cosi e se fate attenzione in tutto quello che avete scritto, questo concetto è presente... sorrido perché sono felice di continuare cosi.

Perché IronMan è Marketing?
Il Marketing è una materia/applicazione commerciale e non che permette attraverso la ricerca, la comunicazione, la creatività, il posizionamento e lo studio di un servizio o di un prodotto per soddisfare un target specifico.
Ora, al di la del lato commerciale su cui ho tanti complimenti da fare a questa azienda per la cura del proprio marchio (nessuno regala nulla nel commercio), vi sposto l'attenzione verso l'aspetto umano... “tutti possono diventare un IronMan” hanno saputo alimentare il cervello di tanta gente.
Un esempio prima dell'IronMan?
La Nike:
quando l'allenatore Bill Bowerrman disse a un suo studente di Economia Phil Knight che bisognava fare delle scarpe adatte per fare Jogging (premessa, non esisteva ancora la parola Jogging e non c'erano gare ecc.) lo studente capi che c'era già un esigenza da creare e che dovevano ampliarla... da li a pochi anni nacquero le prime maratone.

sorrido perché fare sport fa bene e ognuno e libero di fare quello che meglio crede per alimentare il proprio cervello e sorridere come faccio io...

Spero di aver portato degli esempi che vi faranno capire che tutti voi parlate la stessa “lingua” e che siete degli esempi anche se non lo sapete.

Eliseo
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08-03-2016, 23:12
Messaggio: #22
RE: IRONCOWBOY
Bregolin Simone! Presente. Nn capisco tutti sti pippozzi , probabilmente nn ci arrivo... È un mio grosso limite. 226 è una distanza... Se uno la vuole fare,liberissimo di farla o di non farla...Semplicemente nn capisco sto accanimento. Ma ripeto, sicuramente sono io che nn ci arrivo, e quindi come si dice "chi non ha testa ha gambe" , e quindi continuerò a fare cagate sulle mie gambine. Un saluto a tutti e un abbraccio ;p
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09-03-2016, 02:44
Messaggio: #23
RE: IRONCOWBOY
…mah. Io mi sono Appena Registrato. Ho sempre solo letto pochissime cose su ogni blog di sport…l'argomento mi interessa.
E devo dire che in prima battuta sono d'accordo con Bunga-Bunga…
I 50 IM sono troppa roba, ma ha uno scopo benefico e posso capire…(ma poteva fare anche altro direte…ma ormai solo un IM non attira sponsors…e comunque ci vuole un fisico più unico che raro).
Solo che il Mr Bunga Bunga dopo comincia a dire una serie di minchiate esagerate.
In primis ognuno può fare quello che vuole. Quindi se per qualunque motivo il signor Cowboy vuole attraversare il deserto con un ferro da stiro appeso ai coglioni e la redbull lo paga, ha ragione lui. Anche se non lo paga nessuno. Fatti suoi.
I risultati veri non dipendono dall'età. Ognuno di noi deve accettare il proprio motore. O la propria condizione. Io mi sono folgorato dell'IM vedendo a Klagenfurt un uomo senza gamba che si cambiava l'arto a seconda della frazione che faceva. E lui sicuramente non fa l'IM in 10 ore, visto che fa la frazione run in stampelle. Ma di certo, io che ho tutti gli arti a posto, so già che rispetto ad altri atleti parto in deficit. Io sono un Golf. Tanti altri sono Porsche, Ferrari, Maserati…
Può essere una cagata pazzesca, si…17 ore sono tante a disposizione per chi si allena per una gara simile, ma poi ognuno sa quello che vuole e come arrivarci. E se non lo sa…cavoli suoi.
Però allo stesso tempo ci vuole impegno e dedizione per pensare di affrontare un'avventura simile. E tante persone sono buone solo di guardare lo sport in tv…quindi rispetto.
Se poi uno vuole fregiarsi di un tattoo, anche se ha fatto IM in 16.59.00…sono sempre fatti suoi. Basta che lo abbia fatto e che non millanti cazzate…
…quindi per concludere: a mio avviso questa discussione lascia (come il 99% delle stesse…) il tempo che trova, 50 IM son troppi per me (anche il doppio non lo condivido, ma forse perché non riuscirei ad affrontarlo, ma stimo chi lo prepara e lo affronta, caro Brego ;-) ), ma ci vuole un fisicodellamadonna.
E bunga- bunga (...a proposito, io son Gianpiero De Morelli e non ricordo ancora una tua firma con nome e cognome) ha ragione a dire che il marchio è una cagata, ma caro Berlusca…provane uno almeno. ;-)
Saluti
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09-03-2016, 15:18
Messaggio: #24
RE: IRONCOWBOY
Ciao a Tutti!!

Mi presento: sono Nicola Rizzi triathleta del Cus Udine (# tessera Fitri 027361) ed ormai sono dal 2002 dentro questo girone dantesco-triathletico.

Premessa
#1: dell'ironcowboy condivido ben poco (forse solo la sua causa dell'alimentazione infantile...e anche li,mah..) e gli effetti sono invece quelli di far apparire la triplice un qualcosa per gente folle o esibizionista.
#2: il forum è libero e (penso) democratico ma dare dei buffoni alla gente o criticare tutto a prescindere giusto per il gusto di essere diverso e controcorrente senza costruire nulla di concreto è a mio avviso svilente (ps:ma se il tuo non è uno sfogo o un dibattito, allora che è?)
#3: ho fatto l'IM, me lo son tatuato e me la rido pure..aò, fattene una ragione Smile

Ma ti/vi voglio spiegare del perchè sono giunto (anche) a fare anche l'IM...Perchè posso farlo al contrario di molta gente che ho conosciuto che non può o non vuole farlo.

Da giovine non ero un gran sportivo; alle superiori a malapena riuscivo a fare il test di Cooper...
Sport di squadra non ne parliamo: sono entrato in un campo di calcio (pulcini del San Gottardo) e l'allenatore mi ha fatto capire che non era il mio ambiente...(tuttora gli sport con palle li aborro!!!)
Fortuna mi son riscattato con le arti marziali: dai 14 ai 20 anni ho praticato Kung-fu tradizionale (cintura nera e qualche titolo regionale e italiano)...poi gli anni di università e zero (o quasi) attività sportiva...

Ma poi ho fatto qualcosa che mi ha 'aperto gli occhi'...ho prestato servizio civile presso un centro di recupero per bambini e ragazzi con gravissimi Handicap fisici, motori e psichici...ed allora il vedere le difficoltà che incontravano quei bambini solo per prendere in mano un cucchiaio e nel contempo constatare che io invece sarei riuscito a correre, saltare o fare cose ben diverse, mi ha fatto capire che dovevo e che potevo farle...
Oddio, non ero fermo del tutto: un pò di mtb e qualche corsetta la facevo, eh (non ero un grosso panzone sovrappeso...anche se tuttora stè manigliette birresche non me le riesco a togliere, mannaggia...).

Seconda scintilla: un numero di TRiathlete con in prima pagina il faccione di DeFaveri.... CASSO!! ' Triathlon...che figata pensai....si, ok...ma il nuoto?
Io ero bravo solo a fare la rana tedesca...e anche quella, parliamone...poi un compagno di studi mi ha invogliato ed ho iniziato nuotare bevendomi litri e litri di cloro e acqua...che sofferenza...però ero riuscito a fare qualcosa che io stesso pensavo impossibile... nel 2002-2005 l'ironman klaghenfurt si conosceva ma non come oggi: non era un 'brand' e non c'era nulla di commerciale...molto (non tutto) era inventato o ci si arrangiava...ma ho lasciato passare 7 anni e mi sono avvicinato molto lentamente alla distanza IM poi nel 2008 il primo 1/2IM a st.Polten (avevano appena coniato la distanza mezza) e poi l'anno successivo (perchè avevo il tempo per permettermi di prepararlo) l'IM a Klagenfurt!! E ti dirò che è stato un anno di sacrifici fisici, mentali e di rinunce...ma è servito a me punto e basta.
E l'ho preparato cercando di farlo al meglio: e posso dire di ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicino in tutti questi anni (e che ancora mi sopportano)...alla fine sono queste le cose che mi sono rimaste...e posso dire che è stata una bella esperienza.

Purtroppo oggi cè davvero tanto business dietro e ci sono tanti personaggi che ci mangiano sopra e lo alimentano questo business: io cerco per quanto possibile di starne fuori e di prendere il lato buono: vedi posti nuovi, conosci gente simpatica ma a volte molto strana (..Benedictus in primis), ti prendi una buona dose di endorfine etc etc...Di tutto il resto me ne frego e cercherò sempre di fare gare cercando di migliorarmi e di arrivare al traguardo rispettando gli avversari e condividendo con loro i bei momenti, divertendomi anche con un pò di sana autoironia. E di quelli che si pavoneggiano dicendo I AM AN IRONMAN con frontino e calze compressive o magliette delle varie gare, mi faccio un due sane risate...

Cordialmente, NIK Ilconterizzi
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09-03-2016, 17:04 (Questo messaggio è stato modificato l'ultima volta il: 09-03-2016 17:28 da Benedictus.)
Messaggio: #25
RE: IRONCOWBOY
Gianpi che onore leggere una tua risposta di sporFX, questa discussione ha stanato anche Ago!! Mi è piaciuto il discoso della persona in carrozzella, anche a Lanzarote c'era uno con una gamba sola e lo ha fatto tutto, incredibile e condivito tutto quello che hai scritto!!!

Nik' leggendo il tuo racconto mi vengono in mente le prime gare di triathlon del 2003, e l'aria che si restirava al CUS agli inizio millennio. Figure mitiche aleggiavano nelle docce, nomi come ''Simone Frappa'', ''Francesco Degano'', ''Iogna Prat'', '' Martin Gerard'', ''IL POPPI'', ''Marcello''... ispiravano rispetto e dedizione allo sport, inarrivabili e insuperabili atleti, RESPECT!!!

Il Tusini che sparava cagate sotto la doccia, dicendo ''cazzo il prossimo anno faccio l'ironman'' ed era il 2005, persone viste come i ''superuomini'' udinesi... era un ambiente elettrizzante e stimolante, e solo pensare ad un Ironman ti veniva la pelle d'oca.

Mi ricordo il 2007 che stavo prenapando l'Elbaman (che ovviamente mi salto') dopo aver fatto 5 Mezzi ironman (2005-2006) di preparazione e il 1 Maggio sono caduto e finito in ospedale con due braccia rotte. Mi ricordo con piacere la vicenda di Fabio Santini, con il quale ho ''condiviso'' la sventura, perche' lui cadde qualche settimana prima del suo primo Ironman e che lo fece con un braccio solo. Mi fa sempre emozione pensare all'atmosfera di quegli anni, dove esisteva una tabella fatta in XLS di Bravo Eros, tabella che ci si passava e che ogni anno veniva modificata. Esisteva solo un libro di Diamantini sulle tecniche di allenamento ''primordiali'' e che avro' letto 10 volte e che oramai sapevo a memoria. In quegli anni non c'era Facebook, G+, i social ed esisteva solo il forum del CUS e tutti veniva veicolato la...

Conefermo, quelli erano anni nei quali IRONMAN aveva un suo perche', una sua aurea e un RISPETTO, cosa che oggi non ha piu'...

Oggi la gente fa un mezzo ironman e poi passa a fare la long distance, senza avere nemmeno l'idea di cosa sia, dove l'unica motivazione è la foto su FB e il tatoo (io il tatoo non l'ho mai fatto).

Oggi è tutto un busines e ho visto che è anche uscito il ''5i50 IRONMAN'', mi pare un'olimpico marchiato...
Quando uscirono i primi 70.3 IRONMAN mi cadde un mito e mi dissi ''ma che cazzo c'entra???'' Quindi direi che il marchio IRONMAN per me NON ESISTE PIU già da un pezzo...

... e credetemi che quella fu una delle motivazioni che mi ha spinto a fare Ironstar e gli allenamneto condivisi, per rivivere un po lo spirito primordiale degli anni 2000 e che stà alla base di queste cose.

Il Sandrone apprezzava questo fatto ed ha sposato in piena la filosofia che ci stà dietro, lui come altri, Del Bianco, Degano, il Brego, Guerin, Eddy e tanti tanti altri.

Quindi ironman è una ''cagata pazzesca''?? Ripeto OGGI IL MARCHIO IRONMAN E' UNA CAGATA PAZZESCA e lo fai solo per dire ''I'M AN IRONMAN!!'' e SEI UN MONA due volte perche' hai pagato 800/1000 euro per arrivare alla FINISHER LINE in 16 ore e senza preparazione, avendo fatto magari un MEZZO IRONMAN nella vita e finito in 6 ore e mezza...

...ma se lo fai nello spirito di ''voglio farmi un'esperienza personale'', be direi di no... ma allora fatti uno fuori circuito...

... ed e' anche questo uno dei motivi per i quali non faccio piu' IRONMAN-FINISHER TARGATI FVG.

Quindi ''bunga-bunga'' l'allenamento su distanza Ironman va benissimo, anche se onestamente non capisco come mai prima dici che fa male anche se avevi proposto l'allenamento full distance??

Saluti e ci si vede presto ;-)
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09-03-2016, 17:50
Messaggio: #26
IRONCOWBOY
Matteo sei il nostro oracolo !
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23-06-2017, 11:51
Messaggio: #27
RE: IRONCOWBOY
Per vivacizzare un po’ questo Forum con nuove discussioni, pubblico l’articolo di Claudio Giunta (insegnante e saggista), apparso tempo fa su un quotidiano e vi invito a esprimere il vostro punto di vista:

L’Ironman è uno sport per asceti e un affare milionario

L’Ironman è tra le altre cose un esempio affascinante del modo in cui oggi, nel mondo, girano i soldi. Uno non può brevettare il calcio, o il biliardo, e passare a riscuotere una tassa nei campetti di periferia o nelle tavernette; invece Ironman è un marchio registrato come la Coca-Cola, il che vuol dire che chiunque nel mondo organizzi una gara di Ironman deve pagare delle royalties ai detentori del marchio. Dato che i partecipanti a un Ironman sono di solito intorno ai duemila e che le gare di Ironman nel mondo sono parecchie decine, non è sorprendente che la gestione di questo sport per asceti sia diventata un affare milionario.
“Il marchio Ironman”, mi spiega Fabio, già allenatore delle squadre italiana e svizzera di triathlon, ora coach di Ironman, “apparteneva a un fondo d’investimenti statunitense. Poi due anni fa è stato comprato per circa 650 milioni di dollari da un gruppo finanziario cinese, Dalian Wanda, lo stesso che attraverso Infront detiene i diritti della serie a di calcio”. Non per caso, la Cina. L’Ironman nasce negli Stati Uniti, come quasi tutto, è l’attività preferita dei manager rampanti sui 30-40 anni, una delle tessere che compongono la loro vita-mosaico ad alta intensità (le altre sono il lavoro e, a grande distanza, le relazioni famigliari); ma poi segue il denaro, e il denaro fresco oggi è soprattutto in Cina. E così c’è una nuova leva di manager-asceti che pratica l’Ironman in Cina, è un nuovo status-symbol, uno status-symbol che, a differenza della Porsche o del Rolex, richiede uno sforzo enorme, uno sforzo continuo, uno status-symbol che non si può comprare perché riguarda – nemesi di Eric Fromm – non l’avere ma l’essere: chi conclude un Ironman è un Ironman.
Quanto all’Italia, quelli che hanno fatto un “mezzo Ironman” sono circa cinquemila, quelli che hanno fatto un Ironman intero circa duemila. I numeri sono in crescita ma ancora niente, per esempio, rispetto alle decine di migliaia di svizzeri, tedeschi o di britannici che praticano il triathlon o l’Ironman. Quest’anno ci si aspetta un incremento a due cifre percentuali, perché oltre al “mezzo Ironman” di Pescara a giugno, c’è in programma il primo Ironman full distance italiano a Cervia il 23 settembre (costo dai 500 ai 600 euro, dipende quanto tempo prima della gara ci si iscrive).
Un’idea nuova
L’Ironman prima non esisteva. Esisteva il triathlon, e anche quello è un’invenzione recente. Il triathlon diventa disciplina olimpica nel 2000, e consiste nella somma di tre discipline di resistenza: nuoto (1.500 metri), ciclismo (40 chilometri), corsa (10 chilometri). L’Ironman prende la miscela del triathlon e, semplicemente, aumenta le dosi: quasi quattro chilometri a nuoto, 180 in bicicletta, più di 42 di corsa. Aumentando le dosi, cambia anche la natura delle prestazioni: una gara di velocità e resistenza diventa una gara soprattutto di resistenza. E cambia anche la miscela delle virtù che bisogna possedere per arrivare in fondo alla gara, perché la resistenza è sì un fatto fisico, ma è anche e soprattutto un fatto mentale, un prodotto della convinzione, della determinazione, di un lavoro su se stessi che non riguarda soltanto le gambe e il fiato.
Così, mentre di solito sono i giochi di società che diventano specialità sportive – vale per il calcio come per il tennis, per la ginnastica come per la boxe: prima erano tutte attività per amatori – qui abbiamo una specialità sportiva che diventa un gioco di società. Correre, nuotare e andare in bicicletta si è sempre fatto, ma farlo tutto insieme, secondo quella formula, è un’idea nuova, così nuova che si conosce anche il nome dell’inventore. Durante una festa al Waikiki swim club di Honolulu l’ufficiale di marina John Collins si sarebbe messo a discutere con altri membri del club sul tema “Sono meglio i nuotatori, i podisti o i ciclisti?”.
Per rispondere con coscienza alla domanda, John e sua moglie Judy decidono di organizzare una gara che combini le tre discipline. Il 18 febbraio del 1978, a Waikiki, viene disputato il primo Ironman. Gli atleti partecipanti sono quindici, tutti amici o conoscenti dei Collins. Due anni dopo, la rete televisiva Abc trasmette in diretta la gara per la prima volta, facendola conoscere in tutti gli Stati Uniti. Altri due anni, 1982, e l’Ironman ha il suo momento di celebrità mondiale quando la studente Julie Moss, che guida la corsa con un buon margine di vantaggio sulle altre atlete, crolla a circa due miglia dal traguardo della maratona. Le altre la superano ma Moss non si arrende, e fa gli ultimi metri trascinandosi sulle braccia, “unknowingly creating one of the most iconic moments in Ironman history”.


Questo momento iconico inaugura l’età dell’oro dell’Ironman, trentacinque anni di moltiplicazione degli atleti, delle gare e soprattutto dei soldi che girano intorno alle gare. Come il golf, l’Ironman ha dei praticanti molto solvibili; ma a golf uno può anche giocare sul green a due passi da casa, prendendo le mazze a nolo, per l’Ironman – a parte il costo dei voli e dei soggiorni in posti non dietro l’angolo come le Hawaii o l’Australia – ci vuole tutta un’attrezzatura tecnica di prima mano, bicicletta ultraleggera, tuta integrale da nuoto, batteria di scarpe da corsa, più un repertorio infinito di accessori per il controllo delle prestazioni, della dieta.
Uno capisce che si fa sul serio quando vede che i clip-on aerobars della Vision tech – degli aggeggi di metallo da fissare al manubrio della bici per appoggiarci i gomiti, in modo da “migliorare l’aerodinamicità” – su Trisports costano 899 dollari (e l’unica recensione al prodotto pubblicata nel sito, cinque stelle su cinque, apre uno spiraglio interessante su questa provincia dell’alienazione: “I don’t even own this product but I love it”); e quando constata che il post più letto su Slowtwitch s’intitola Your seat’s too low? Good for you e parla della giusta altezza del sellino, con grafici e istogrammi e duemila parole di spiegazione dettagliata.
Come ci si prepara
E poi c’è il coaching. Fabio allena un piccolo numero di atleti di professione che mirano alle Olimpiadi e un numero più grande di non atleti di professione che, come mi dice con un’espressione che non mi uscirà più dalla testa, e che nei giorni successivi al nostro incontro finirò per applicare un po’ a tutte le circostanze della vita, “hanno deciso di crearsi un ostacolo e di superarlo”. In vent’anni ha portato una cinquantina di persone a fare un Ironman; e più di una dozzina di loro ha fatto anche l’Ironman delle Hawaii, Kona, che è la gara più famosa sia perché il posto è meraviglioso sia perché – soprattutto perché – ci si può andare soltanto su invito: non basta pagare. Kona è il sogno di tutti quelli che cominciano ad allenarsi per un Ironman.
“Fai tutto da solo?”, gli chiedo.
“No, io faccio la regia. Scrivo una scheda molto dettagliata degli allenamenti, con i carichi, la durata, le ore del giorno. È una questione di equilibro. L’obiettivo non è sfiancarsi ma acquisire a poco a poco più forza, più velocità e soprattutto più resistenza allo stress muscolare e psicologico. Se occorre, ho una rete di esperti a cui posso indirizzare chi viene da me per una consulenza: nel caso serva una dieta particolare, o un supporto fisioterapico, o anche un supporto psicologico”.
Sì, anche il supporto psicologico, sia perché “le ragioni per tenere duro vengono soprattutto da dentro” sia perché càpita che gli aspiranti Ironman siano persone psicologicamente complesse, o per indole o per storie di vita. Amano fare fatica, amano superare i propri limiti, spostarli in avanti; sono determinati, concentrati sull’obiettivo, sono – precisa Fabio – persone sfidanti, che amano gareggiare e detestano fallire. Alcuni prendono l’Ironman come occasione per cambiare vita, o almeno modo di vita; alcuni stanno attraversando una crisi, sono usciti dalla giovinezza e vorrebbero farla durare ancora, alcuni hanno avuto un incidente e reagiscono rilanciando anziché passando la mano. A parte il conforto famigliare, la minestra pronta la sera, la pacca sulla spalla dopo le due ore di bicicletta, sentire uno bravo può aiutare.
Durata del trattamento? Cioè, quanto a lungo bisogna prepararsi per essere in grado di fare un Ironman?
“Be’, intanto non si comincia subito con un Ironman”, dice Fabio. “Il mezzo Ironman (che tecnicamente si chiama Ironman 70.3, ndr) è il passaggio che porta alla full distance, all’Ironman intero. Tipicamente, se non sei un professionista, fai un paio di mezzi Ironman e poi un Ironman all’anno, finché hai tempo per allenarti e non sei troppo vecchio. Ma il ‘troppo vecchio’ è relativo, perché a fare l’Ironman arriva anche gente di settant’anni. Quanto al tipo di allenamento, massacrarsi di fatica per un breve periodo non serve a niente, bisogna abituare il proprio corpo a un carico di lavoro completamente nuovo. Quindi si parla di almeno sei mesi”.
“E in questi sei mesi…”, dico.
“Dipende dalla condizione psicofisica da cui parti”.
Diciamo la mia: 45 anni, in buona forma. Ma mangio maluccio. Dormo maluccio. Ho un sacco di cose da fare.
“Allora, intanto bisogna intervenire sulla dieta, che ti prescrivo io, magari con l’aiuto di un dietologo”, dice Fabio. “Poi per il sonno vediamo: potresti essere così stanco, la sera, da dormire tranquillamente. Cioè, l’allenamento intenso potrebbe risolvere il problema. E intenso vuol dire che ti alleni cinque o sei giorni su sette, corsa nuoto bicicletta, per una quarantina di settimane l’anno. E naturalmente puoi continuare a fare tutto, ma devi sapere che ogni giorno dovrai trovare un paio d’ore per correre o nuotare o andare in bicicletta”.


Vengono subito in mente gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio:
Chi è impegnato in mansioni pubbliche o in occupazioni importanti può dedicare un’ora e mezza agli esercizi (…). Potrà fare per tre giorni, ogni mattina per un’ora, la meditazione sul primo, secondo e terzo peccato; quindi, per altri tre giorni, alla stessa ora, la meditazione sui peccati propri.
Solo che i gesuiti non avevano famiglia, mentre gli aspiranti Ironman spesso ce l’hanno. È per questo che l’ambiente è fondamentale; è per questo che Fabio, in un’oretta di colloquio, ripete una mezza dozzina di volte i sintagmi “clima famigliare favorevole”, “avere un sistema che ti supporta”, che semplificando un po’ ma non troppo significa che non ci dev’essere un partner molesto, in casa, o figli troppo esigenti, da portare a scherma o a lezione di violino in orari imprevedibili. Ovvero, qualcuno deve portarli a scherma o a violino, il che vuol dire che ci devono essere delle persone di servizio, delle tate, col che si torna alla questione del censo: da vite normali è molto difficile sottrarre due ore al ménage quotidiano.
“L’Ideale, in realtà, è che, se si convive o si è sposati, tutti e due i membri della coppia siano interessati all’Ironman, che si allenino tutti e due. Di fatto parecchi dei miei clienti sono coppie. Le donne sono ancora una minoranza, circa il 20 per cento delle persone che seguo; e spesso vengono al traino dei compagni, dei mariti”.
Torniamo ai soldi. Dicevamo che l’Ironman è un passatempo non per ricchi, magari, ma per gente agiata sì.
Un po’ perché costa l’allenamento, l’attrezzatura, il coaching. Un po’ perché l’iscrizione a un Ironman costa sui 6-800 euro, e spesso sono gare che si disputano all’estero, in posti belli e costosi, come le Hawaii. Uno ci mette dentro anche un po’ di vacanza. Per esempio c’è questo training camp a Lanzarote che…”, dice Fabio.
“Una cifra, suppergiù?”.
“Diciamo diecimila euro all’anno, per chi fa le cose sul serio. Che è l’unico modo per farle, poi”.
Che non è poco, oggettivamente. Ma è anche quello che alcuni spendono, ogni anno, per la macchina. E c’è il vantaggio che se ti alleni per l’Ironman non ti resta molto tempo per toglierti altri sfizi. Nell’Ironman non si tratta di essere veloci o scattanti ma di saper durare. Perciò la lotta non è tanto contro il tempo quanto contro la fatica, contro i propri limiti personali.
“Sfidare i propri limiti, spostare l’asticella un po’ più in alto”, dice Fabio, “è l’obiettivo che si pone chi si allena per l’Ironman. Anzi, potremmo dire che la bellezza dell’Ironman sta soprattutto in questo, nella scoperta che puoi superare quelli che credevi fossero i tuoi limiti, che puoi fare uno sforzo del quale non credevi potessi essere capace”.
Ai più convinti piace mettere questa fatica, questa resistenza in una cornice scientifica. Qualche anno fa su Nature è uscito un articolo nel quale si spiegava che la corsa è stata, all’inizio dei tempi, una delle chiavi dell’evoluzione umana. L’homo sapiens avrebbe soppiantato i suoi antenati più stanziali perché era in grado non solo di camminare ma anche di correre. Gli animali che cacciava erano quasi tutti più veloci di lui, ma pochi avevano la sua resistenza sulla lunga distanza:
La storia suggerisce che il corpo umano si è perfettamente adattato a correre lunghe distanze. Gli esseri umani hanno una capacità superiore a qualsiasi altro animale nel correre queste distanze, una capacità che probabilmente emerse due milioni d’anni fa, come ausilio in una tecnica di caccia ancora in uso tra i boscimani del Kalahari.(Born to run. Studying the Limits of human performance,Andrew Murray and Ricardo Costa)
Secondo questa spiegazione, la corsa non sarebbe soltanto una conseguenza del bipedalismo (la capacità di camminare eretti sugli arti inferiori) ma anche la causa, il motore di un vantaggio evolutivo rispetto alle altre specie. Questa sollecitazione avrebbe infatti modellato la nostra anatomia, potenziando i muscoli delle gambe e indebolendo quelli del torso, e rendendoci scarsi nello sprint (rispetto alla gazzella, diciamo) ma quasi imbattibili nel fondo.
Ausilii tecnici a parte, coaching a parte, chi fa un Ironman rivive per una dozzina di ore quell’alba dell’umanità: qualcosa di molto più impegnativo della dieta paleo, ma in quell’ambito d’esperienza, in quell’aura. Uno può liquidare tutto come decadente sete di esotismo, come nostalgia delle caverne da parte di gente che vive negli attici – “l’Ironman ha più o meno lo stesso networking del golf”, dice Fabio – ma tre chilometri e ottocento metri a nuoto, quarantadue chilometri e rotti di corsa e centottanta chilometri in bici sono tutto sommato un prezzo adeguato, perfino alto, per l’esercizio dello snobismo.
“Diciamo”, mi spiega Stefano, ingegnere elettronico e Ironman, “che fare un Ironman tira fuori energie che abbiamo nel corredo genetico ma che se ne stanno lì inespresse, soprattutto perché nelle vite normali che viviamo non c’è nessun bisogno di esprimerle. Il bisogno arriva verso la sesta o la settima ora di una gara, quando il tuo corpo ha bruciato tutte le calorie che poteva bruciare e ti senti spossato, svuotato, ma sai che ti restano ancora tre o quattro ore buone da correre, o da nuotare, o da pedalare. Ecco: è allora che devi riuscire a trovare quelle energie che avevi dimenticato, e superare un limite che ti sembrava insuperabile. Lì comincia il dolore. Ma anche la soddisfazione, e in un certo senso anche il piacere”.
Oltre la seduzione
Come qualsiasi pratica ascetica, anche l’Ironman sollecita lo spirito settario, ma senza eccessi. Leggendo le discussioni nei forum si vede che uno dei piaceri consiste nell’ironizzare su quelli che non capiscono, che fanno domande non pertinenti come “Tu quale delle tre frazioni fai?” (si fanno tutte e tre), o “ma quanti giorni ci mettete?” (dodici ore è considerato un buon tempo, ma i campioni possono impiegarne poco più di otto), con qualche rara, moderata ironia sugli appesantiti, i non sportivi, quelli che in palestra perdono tempo tra un esercizio e l’altro (”A me viene un po’ il nervoso e mi piacerebbe impossessarmi del tempo che costoro dilapidano inutilmente”). Ma è normale: quelli che hanno fatto almeno un Ironman, o mezzo, o si allenano per farlo, formano una famiglia di spiriti affini, che tende naturalmente a escludere i non iniziati, come succede in qualsiasi nicchia: per questo, forse, per questa congenialità al team-building, le aziende chiamano spesso Fabio per la formazione – spirituale, non fisica – di impiegati e dirigenti.
La mia meraviglia di fronte al successo dell’Ironman dipende soprattutto dal fatto che ho sempre considerato ovviamente vero l’aforisma di un mio vecchio compagno di palestra, che dopo aver ascoltato sorridendo di compassione gli alibi narcisistici miei e di altri (”Veniamo in palestra per stare meglio con noi stessi, per tonificare i muscoli, per non avere mal di schiena a cinquant’anni, per avere uno stile di vita più sano, per passare il tempo insieme a gente simpatica e nel frattempo buttare giù qualche chilo”) aveva chiuso la discussione con la frase: “Siamo qui soltanto per scopare”. Non è tutto qui, il segreto? L’attività fisica, se non è divertimento, se non è pallone, non è semplicemente un mezzo per incrementare il nostro appeal sessuale, le nostre chance di seduzione? Pare di no.
Il fatto è che da un lato, anche se sembra incredibile, sopravvalutavo il sesso, e dall’altro sottovalutavo l’amore di sé, o meglio – per dirla con Weber – il desiderio di perfezionamento in vista di un fine intramondano. Si profila all’orizzonte un mondo, un frammento di mondo, nel quale “piacere agli altri” sarà meno importante di “piacere a sé stessi”, di “stare bene con sé stessi”, e anche di vivere secondo una disciplina autoimposta. È come se il regno della libertà che è la vita odierna non potesse stare, per alcuni, senza un angolino votato alla costrizione, forse anche perché questa costrizione è poi il motore di un piacere che a chi non fa sport a un certo livello deve probabilmente restare estraneo. Quello che si nota più spesso nei forum di discussione fra triatleti e Ironman non è tanto l’orgoglio per avercela fatta quanto un grato stupore.
Ho smesso di contare i post in cui si dice che “Mai, mai mi sarei aspettato, tre anni fa, di poter nuotare per quattro chilometri!”, oppure di correre o andare in bicicletta per una distanza da Ironman. Molti non erano atleti, molti avevano una vita sedentaria, fumavano, mangiavano sregolatamente. Adesso sono dei figurini, ma non è questa la cosa più importante. Tonificando il loro corpo, l’allenamento per l’Ironman sembra aver messo in ordine anche la loro psiche: gli interventi nei forum sono quasi tutti euforici, con una larga prevalenza di persone equilibrate perfino capaci di autoironia (”No, poi mentre sono lì a nuotare me lo dico da me che sono un po’ strana…”), e una piccola percentuale di spiritati la cui euforia ricorda un po’ quella dei born again che avevano perso la fede e ora l’hanno ritrovata, e adesso vivono in armonia con il mondo.
Autocorrezione e riscoperta
C’entra senz’altro il fatto che l’attività fisica, liberando endorfine, rasserena l’umore; ma qui stiamo parlando di allenamenti di sei ore, di giorni e notti (anche le notti: “L’uscita in bici”, scrive un Ironman di Desenzano nel forum di Fcz.it, “inizia appunto verso quell’ora e termina verso le sei del mattino successivo. Poi di solito corro per tre o quattro ore, poi palestra. Faccio questo per allenarmi sulla stanchezza e sul sonno, per essere vigile durante le ore della notte per poi non soffrire più di tanto nelle gare di ultra triathlon”. Giorni e notti passati correndo o andando in bicicletta, di sacrifici che una persona normale esiterebbe a fare un giorno al mese, e che invece vengono fatti tutti i giorni. Il che vuol forse dire che c’entra di più l’idea del perfezionamento, dell’autocorrezione, del cambiarsi, insomma, per trovare il proprio vero sé, idea implicita nello slogan “an athletic odyssey of personal rediscovery” che si è coniato per uno dei tanti spin-off dell’Ironman, l’Ultraman. Riscoperta: come di qualcosa che c’era, e su cui qualcos’altro (la civiltà, la routine, il lavoro, la vita come è) si è sovrapposto, e che ora si tratta appunto di recuperare.
“Ma così la fai sembrare davvero troppo ascetica”, obietta Stefano. “La prendi troppo sul serio, filosofeggi troppo. Mentre la verità è che quello che conta, te l’ho detto, è soprattutto il piacere”.
Stefano ha 43 anni, amministra un fondo d’investimento, ha una moglie e due figlie. Da ragazzo giocava a calcetto, correva. Poi una sera, per caso, gli hanno parlato del triathlon. Il giorno dopo era in piscina per la prima lezione di nuoto: da piccolo non aveva imparato. Un anno più tardi ha fatto il suo primo mezzo Ironman. L’anno dopo il primo Ironman. Adesso ha appena finito quello di Porth Elizabeth in Sudafrica. “Dopo un po’ che corri, che corri e basta, capisci che non puoi fare più di quello che già fai. Non puoi, o almeno io non potrò mai fare una maratona in meno di tre ore. E allora correre comincia a diventare noioso. E anche pericoloso per le giunture, dopo i trent’anni. Invece correre, nuotare e pedalare è una miscela più equilibrata”.
Così, cinque giorni alla settimana, Stefano si alza alle cinque, corre o nuota o va in bici per un’ora e mezza, torna a casa, fa colazione con la famiglia e poi va al lavoro. Ne ricava, mi dice, un grande benessere fisico ma soprattutto mentale, psicologico: è più lucido, più sereno, dorme meglio, usa le ore di allenamento anche come momenti, lunghi momenti di autocoscienza, perché in effetti 10-12 ore di allenamento settimanale vogliono dire una mezza giornata di solitudine, di concentrazione, che è molto più di quanto l’adulto medio oggi possa o voglia concedersi. E poi c’è il piacere. Doppio, addirittura.
“Il primo sta nella frase che ripetono certi allenatori: Embrace the sucks!, cioè Accetta lo schifo, dove lo schifo è la fatica, il dolore, il tuo corpo che ti dice di fermarti”, mi spiega. “Anzi, non accettarlo soltanto ma abbraccialo, assaporalo, fallo diventare il tuo alleato. Il secondo è il flow, il flusso: dopo il picco della fatica, dopo che hai superato il limite che sembrava insuperabile, ecco che entri in una specie di limbo in cui il tuo corpo semplicemente va. Non so come dirlo diversamente, è davvero una condizione felice”.
Così sembra che lo stare bene con se stessi, il piacere, possa anche prendere il nome molto più impegnativo di felicità. E in effetti la parola salta fuori sovente nei post dei forum; e “alzare l’indice della felicità” è l’obiettivo finale dell’Ironman secondo il coach Fabio: formula che all’inizio avevo liquidato come uno slogan motivazionale e che invece più leggo e sento di queste cose più mi sembra sensata, adeguata all’oggetto. Una condizione felice, protratta nel tempo, e che soprattutto – soprattutto – non è legata alla nostra relazione con gli altri, non dipende da niente che gli altri possano darci oppure toglierci. È difficile immaginare qualcosa di più bello, specie dopo una certa età.
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